L’IRI per il sociale? Può funzionare cosi

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L’IRI per il sociale? Può funzionare cosi

La Fondazione Italia Sociale è una delle novità introdotte dalla legge delega di Riforma del Terzo settore licenziata in via definitiva nei giorni scorsi alla Camera. Ma è più nota come “Iri del sociale”: a battezzarla in questo modo è stato tempo fa Vincenzo Manes, imprenditore (presidente di Intek Group), fondatore di Dynamo Camp, una delle più fortunate esperienze di imprenditoria sociale attiva nella riabilitazione infantile, e appunto ideatore del progetto della Fondazione in qualità di consulente pro bono per il sociale del premier Matteo Renzi.
L’obiettivo della Fondazione, di cui tratta l’articolo 10 della legge delega, sarà sostenere progetti innovativi e ad elevato impatto, sociale e occupazionale. Utilizzando un mix tra risorse pubbliche, a cominciare dal milione di euro che la delega ha stanziato a suo favore per il 2016, e soprattutto private, raccolte con donazioni e campagne di crowdfunding. Fra gli strumenti con cui la Fondazione investirà ci sono il microcredito e la finanza sociale. Il vero volto della Fondazione è però an­cora da scoprire, perché saranno i decreti delegati a delinearlo. Nonostante ciò, già nei lunghi mesi di gestazione della rifotma, dell’Iri del sociale si è discusso molto. E animatamente. L’attenzione, e le critiche, si sono concentrate soprattutto su alcuni punti: ad esempio, l’essere un ente di diritto privato che potrà giovarsi anche di finanziamenti pubblici; poi, i criteri con cui effettuerà la selezione degli investimenti; non ultimo, il fatto che un progetto potenzialmente così impattante sul Terzo settore sia stato affidato a una persona senz’altro titolata ma legata da rapporti di amicizia col premier.
La Fondazione, dunque, desta interesse e fa discutere. «È interessante – dice Flaviano Zandonai, segretario generale di Iris Network (la rete degli istituti di ricerca sull’impresa sociale), che nell’ultimo Workshop sull’impresa sociale organizzato a settembre invitò Manes a discutere del progetto-specie perché si tratta del vero elemento verticale della riforma, che invece è tendenzialmente orizzontale, cioè delimita il perimetro di un campo che prima normativamente non era definito, distinguendo settori, attori e così via. Il suo grande compito è farfare al Terzo settore lo scaling up, il salto dimensionale: per come il progetto è stato rappresentato, le sue risorse verranno infatti destinate a replicare su vasta scala iniziative e progetti, modelli stessi di servizio, in diversi contesti e settori. Non è una cosa che il Terzo settore ha tanto nel suo metabolismo, ma è interessante perché le sfide di oggi sono sfide-Paese, non si può affrontarle solo con lo sviluppo locale». Un’ipotesi su come la Fondazione potrebbe più utilmente operare? «Dato che Manes dice di voler puntare su progetti-Paese, con taglie economiche importanti, potrebbe essere utile lavorare su gruppi di progetti e attività, aggregati intorno a obiettivi comuni: l’abitare, l’educazione, la sanità leggera. Aiuterebbe inoltre il Terzo settore a diventare un soggetto più coeso».

Anche per Giuseppe Guerini, presidente di Federsolidarietà-Confcooperative la Fondazione presenta punti d’interesse: «Può avvicinare qualche investitore al mondo dell’imprenditoria sociale. Tuttavia, anche per le polemiche e gli ostacoli che hanno accompagnato la sua nascita, con una soluzione di compromesso e senza grandi risorse, resta la domanda sul perché sia stata collocata dentro la riforma del Terzo settore. In ogni caso per le sue caratteristiche può svolgere soprattutto il ruolo di catalizzatore». L’ipotesi di Guerini è che la Fondazione rivolga il suo sguardo non solo all’innovazione, perché il non profit ha bisogno anche di altro: «Dire che solo ciò che è innovativo è bello – spiega – può innescare processi di frustrazione in chi lavora in settori più tradizionali del welfare. La cosa più importante è agire con capacità ed equilibrio. La Fondazione, per esempio, potrebbe aiutare realtà associative ad assumere la forma di impresa, cosa di cui c’è grande bisogno. E che non dipende solo dal denaro».
Sul fatto che le attese erano che la Fondazione disponesse di un’altra potenza di fuoco (si era parlato della possibilità che mobilitasse da subito decine di miliardi di euro, tra pubblici e privati), concorda Stefano Granata, presidente del Gruppo cooperativo Cgm: «L’operazione nasce in effetti un po’ monca, ma non significa che non possa avere valore. Come? Utilizzandola per far nascere attività di imprenditoria sociale. Le modalità si definiranno e il punto non è innovazione sì, innovazione no: è fare cose che possano avere impatto in termini di creazione di occupazione, ricchezza, opportunità». Granata, in partenza per il Social enterprise Boat camp organizzato con Fondazione Acra, una crociera (Civitavecchia­ Barcellona e ritorno, da oggi al 31 maggio) in cui imprenditori sociali italiani e internazionali si confronteranno sul futuro dell’economia sociale, aggiunge: «La Fondazione può essere una delle “terre dimezzo” dove far incontrare profit e non profit. Il mio suggerimento è che sia aperta sulle alleanze, sulle opportunità che si possono cogliere. E molto rigorosa, invece, sul fatto che non è uno strumento nato per dare qualche finanziamento: deve porsi obiettivi alti. E puntare a produrre un impatto».

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